Non so dire se si tratta del mio gusto estetico o se invece sarei dovuto nascere e vivere in un'altra epoca.
Sono poche le cose moderne che apprezzo, molte meno di quelle che rifuggo.
Prendiamo l'arredamento: la maggior parte delle persone, compresi tanti miei coetanei, apprezza lo stile sempre più moderno (ammesso che questo voglia dire qualcosa) dei mobili, delle lampade, dei divani; molti amano i colori chiari, specie il bianco, preferiscono particolari geometrie con cui sono costruiti, ammirano le idee innovative dei designer.
Per me niente di tutto ciò; nel 95% dei casi se potessi sceglierei oggetti che riportano ad atmosfere a cavallo di '800 e '900. Soprattutto in alcune zone della casa.
Per non parlare dei quadri; non riesco a capire come possa piacere tutto quell'astrattismo.
Anche nel vestire mi sento vintage (si dice così); qui però non arrivo così lontano nel tempo, ma mi fermo agli anni '70 del secolo scorso (sono comunque 50 anni!).
Qualcuno direbbe che sono antico, vecchio.
Forse è così, non lo so.
Ma se così fosse, allora antico lo sono da sempre perché è da sempre che nutro questi gusti, fin da bambino.
Ho il ricordo vivissimo della casa che quasi sicuramente ha influenzato le mie preferenze successive.
Era l'appartamento della signora Dina, una matura signora del paese dei miei. Si trovava in una lunga e bassa costruzione di cui facevano parte anche umili dimore come quella di mia nonna.
La sua casa di umile aveva ben poco: da un portoncino massiccio si accedeva a un vestibolo ornato di piante, a lato del quale c’era una porta con vetro smerigliato su cui era incisa la cifra del padrone di casa.
Superata la porta ci si trovava nell’ingresso vero e proprio e già qui si sentiva profumo di storia, con un appendi abiti in legno color noce che occupava una parete intera, corredato da specchio, portaombrelli e consolle.
Se non si rimaneva ad ammirare questo primo ambiente lo sguardo inevitabilmente era attratto da un corridoio molto lungo, illuminato parzialmente dalla luce che proveniva dalle numerose porte che vi si affacciavano.
Percorrere quel corridoio fino alla porta centrale era una sorta di rito necessario per essere ammesso al consesso del soggiorno dove quasi sempre stava la padrona di casa.
In questa stanza, illuminata il giusto e con una carta da parati a gigli fiorentini, c'era un grande tavolo con sedie, una libreria bassa e una madia-credenza intarsiata, tutti color noce scuro.
Gli interruttori della luce erano bianchi, di ceramica, di quelli con la farfallina da ruotare.
Si aveva la sensazione di essere proiettato nel passato, di vivere in un'altra epoca, di respirare un'aria diversa da quella che c'era fuori.
La signora Dina era la figlia di un importante personaggio del paese, medico e sindaco, sorella di un avvocato senatore, cugina di un farmacista, nonché moglie di un magistrato.
Viveva nella casa paterna nonostante avesse famiglia: non si era ambientata in città, la sua indole semplice e paesana aveva prevalso
In quella casa di fine ottocento riceveva tutti, dal sindaco al contadino, e abitualmente faceva “salotto”, giocando a carte, fumando, chiacchierando.
Arrivavano alla spicciolata due, tre, anche dieci persone, e ognuno portava una notizia, un pettegolezzo da sviscerare, e si andava avanti giocando e parlando, rigorosamente in dialetto.
I fanciulli come me potevano andare a vedere la TV nel salotto adiacente il soggiorno, arredato da belle epoque, in cui c’era anche un pianoforte verticale.
A sera piano piano tutti rientravano nelle loro case con la sicurezza di rivedersi lì l’indomani o domani l’altro.
Nel periodo natalizio, non c’era sera che non venisse dedicata ai giochi della tombola e del sette e mezzo. I piccoli giocavano insieme ai grandi con i soldini propri. E guai se qualche adulto snobbava i piccoli, sarebbe stato messo alla porta!
Insomma, la sua casa era la casa di tutti.
Sotto le macerie di quella casa la signora Dina e la sua casa morirono il 23 novembre del 1980.
Stasera, proprio 41 anni fa.
Un bacio alla signora Dina.
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