Voglio riprendere il mio discorso con una piccola divagazione.
Il caso ha voluto che dopo la pubblicazione della prima parte di questa serie di post si sia svolta la prima prova degli esami di stato, e in una delle tracce assegnate sia stata riportata la citazione di un sociologo che parlava della creatività rifacendosi all'otium latino.
Non è la prima volta che mi accade di affrontare un argomento e dopo alcuni giorni o mesi ritrovarlo più o meno oggetto di qualcos'altro, sia esso una citazione, o un libro, o anche un film.
Coincidenze, si dirà; e sia, ma sono ben strane: secondo me c'è dell'altro.
Chiusa la divagazione, continuo, anzi inizio il mio elogio.
Presi come siamo dal "logorio della vita moderna" (diceva il grande Calindri in un vecchio e famoso quadretto di Carosello) abbiamo sempre meno tempo libero, e quando possiamo goderne lo trascorriamo con lo scopo di riposare, di svagarci, e di fare quel che ci piace, le attività appunto di cui ho parlato in precedenza, in vista della ripresa del lavoro.
Succede però quasi sempre che mentre nello svolgere attività di negotium siamo concentrati, puntuali, attenti, magari anche rigorosi, quando si tratta di applicarci all'otium lo facciamo in misura minore proprio perché abbiamo bisogno di rilassarci, di essere con la mente più libera.
Abbiamo capovolto l'essenza del significato dell'otium, tanto da arrivare a dare alla parola una connotazione negativa: se dico che sto oziando si pensa che sto perdendo tempo a trastullarmi in cose senza scopo e senza utilità.
Non è affatto così invece, quel tempo ci serve per recuperare in pieno il vero senso dell'otium. È durante quel tempo che ci dobbiamo dedicare con cura a noi stessi, alle nostre passioni, ai nostri interessi.
Seneca ne ha parlato diffusamente nelle sue opere, soprattutto nel De otio.
Riportando il concetto ai giorni nostri potremmo dire che alla vita "attiva", pur necessaria, deve preferirsi, non appena se ne presenti l'opportunità, una vita "contemplativa", che si occupi di tutto ciò che ci fa crescere, migliorare, che ci nutra lo spirito così come il cibo nutre il corpo; in sintesi apprezzare quello che qualcuno ha chiamato l'utilità dell'inutile.
Nel prossimo articolo mi premurerò di chiarire come e perché questo può e deve avvenire.
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