"en descendant le passé, j'oublie le présent; en marchant libre et indépendant dans l'histoire, je ne me souviens plus que je suis prisonnier"

martedì 25 gennaio 2011

Basta la parola...!

Nel tentativo di voler determinare quale fosse il termine più adatto per denominare alcuni dei miei scritti in questo blog mi sono avventurato in una estenuante ricerca dalla quale non ne uscivo vincitore.

Mi sembrava che tutti avessero qualcosa che invece mancava alle mie parole.
Per essere pamphlet dovrebbero essere satirici e polemici, ma non lo sono, o non abbastanza; del saggio, seppure molto breve, non ne hanno l’approfondimento; chiamarle didascalie farebbe torto ai miei amici lettori, lungi da me dal voler fare il maestrino; le conferenze hanno un tono più formale; i discorsi servono soprattutto a convincere o a commuovere; se fossero digressioni dovrei uscire dal seminato; l’elzeviro è tipico della terza pagina dei quotidiani; se stessi piacevolmente facendo conversazione dovrei avere accanto qualcuno.


Poi ho ricordato di avere un due manualetti nella mia bibliotechina: uno è di termini letterari e risale ai tempi del liceo, l’altro è molto più recente. Così ho cominciato a cercare qualcosa che facesse al caso mio.

Tra le tante definizioni ho ritrovato quelle delle famigerate figure retoriche; che strano, pensavo, quante volte si usano e non ce ne accorgiamo, e se per miracolo ce ne accorgessimo non ne ricorderemmo mai il nome. Ci pensate se avvenisse con un martello: vostra moglie o marito vi trova a martellarvi un dito, vi chiede se siete impazziti e voi candidamente le dite “uh, non me ne ero accorto! È meglio che lo riponga questo…coso!”Quante volte avremo sentito o usato espressioni come “se ne è andato” per dire di uno che è morto, un eufemismo; o abbiamo speso una “somma non indifferente”, una litòte; chi di noi non ha avuto o visto una “giacca di renna”, una sinéddoche; e a chi qualche volta non è capitato di essere così affamato che “avrebbe mangiato i sassi”, una iperbole; sicuramente a nessuno di noi piacerebbe sentirsi dire che “è un coniglio”, una metafora. E a chi pensate se vi dico “lo Stagirita”, “il ghibellin fuggiasco”, “l’Urbinate”, se non ad Aristotele,a Dante e a Raffaello, chiamati così per antonomasia?


E così ho perso di vista la mia ricerca iniziale, che non era poi troppo importante, ma ho rispolverato le mie fatiche liceali. A questo punto i miei scritti possono chiamarsi come volete, tanto mi accorgo di dire sempre cose diverse da quelle che voglio far intendere (sarà ironia ?… e se fosse semplicemente un soliloquio?…forse un vaniloquio !)

Nessun commento:

Posta un commento