Leggo molto ma ahimé solo in italiano. Non ho mai avuto la capacità di imparare per bene un'altra lingua. O forse non mi sono mai applicato per bene a farlo.
Questo significa che quando leggo qualcosa che è stato scritto in un'altra lingua, io lo leggo in traduzione.
Mi sono sempre chiesto se questo vuol dire che il mio gradimento di quel che leggo è riferito alla traduzione e non all'originale.
Per carità, abbiamo sempre avuto ottimi traduttori ma non credo sia la stessa cosa, e penso che non lo è soprattutto in poesia, ma spesso neanche in prosa.
Tra i pochissimi e brevissimi versi che ricordo a memoria in lingua originale ci sono quelli arcinoti del to be or not to be che imparai nientemeno che 50 anni fa, con relativa traduzione che per noi ha una resa notevole.
Ecco, mi chiedo quanto diversi debbano sembrare quei versi a un inglese, quanta diversa sia la loro bellezza e quanta diversa emozione susciti alle orecchie di un britannico.
Per cercare di rispondere mi sono posto il problema all'opposto: un verso di Dante ha la stessa "potenza" lirica quando viene tradotto in un'altra lingua? La resa dell'uso di certi costrutti viene percepita allo stesso modo?
Per quanto possa essere eccellente la traduzione credo che sicuramente si perda qualcosa; e in certi casi forse quel qualcosa ha una sostanziale importanza, vuoi lessicale, vuoi sintattica, vuoi di senso.
Questo significa che quando leggo qualcosa che è stato scritto in un'altra lingua, io lo leggo in traduzione.
Mi sono sempre chiesto se questo vuol dire che il mio gradimento di quel che leggo è riferito alla traduzione e non all'originale.
Per carità, abbiamo sempre avuto ottimi traduttori ma non credo sia la stessa cosa, e penso che non lo è soprattutto in poesia, ma spesso neanche in prosa.
Tra i pochissimi e brevissimi versi che ricordo a memoria in lingua originale ci sono quelli arcinoti del to be or not to be che imparai nientemeno che 50 anni fa, con relativa traduzione che per noi ha una resa notevole.
Ecco, mi chiedo quanto diversi debbano sembrare quei versi a un inglese, quanta diversa sia la loro bellezza e quanta diversa emozione susciti alle orecchie di un britannico.
Per cercare di rispondere mi sono posto il problema all'opposto: un verso di Dante ha la stessa "potenza" lirica quando viene tradotto in un'altra lingua? La resa dell'uso di certi costrutti viene percepita allo stesso modo?
Per quanto possa essere eccellente la traduzione credo che sicuramente si perda qualcosa; e in certi casi forse quel qualcosa ha una sostanziale importanza, vuoi lessicale, vuoi sintattica, vuoi di senso.
Un esempio: prendete il canto decimo dell'Inferno, in cui Dante incontra Farinata degli Uberti, e a un certo punto questi dice al poeta:
Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?".
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?".
Non sono un esperto ma non credo che tradotti in inglese o in altre lingue questi versi restituiscano la stessa musicalità prodotta dalla rima, dal troncamento, dall'enclitica e dai vocaboli obsoleti usati dal nostro poeta.
Allora meglio non leggere in traduzione?
No, perché è sempre meglio godere di una traduzione che non avere il piacere di conoscere capolavori della letteratura.
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