Lo devo ammettere una volta per tutte, non posso negarlo a me stesso. Comincio a fare fatica a non abbandonarmi alla tranquillizzante sensazione di non dover occuparmi di altro se non delle cose che mi sono più care. Lo sforzo che profondo per fare altro è sempre un po' più intenso. Devo appellarmi ogni volta al senso di responsabilità, e questo ogni volta deve lottare non poco con la voglia di libertà mentale.
Ogni giorno che passa ho la sensazione che qualcosa mi sfugga di mano; ogni volta che guardo il calendario mi dico "quando se non ora?".
Ogni giorno penso agli anni che ho sulle spalle e che il mio stile di vita non salutare non mi permetterà di vivere a lungo. E allora mi dico che devo fare presto, non posso impiegare il mio tempo come fanno in tanti, tantissimi, a occuparmi di ciò che non fa vibrare l'anima, che non appaghi la curiosità di sapere, che non dia vero senso al vivere la vita.
A volte penso che sono solo farneticazioni di un animo inquieto, che già soffro di qualche disturbo, o che mi sono fatto abbindolare da quacuno.
Poi mi immergo nella lettura di Leopardi, o di Dostoevskij, o di Seneca, o di un altro grande, e mi sento in compagnia di squilibrati; oppure mi metto in ascolto di Rachmaninov o Ciaikovskij, e mi dico che i disturbati sono gli altri, perché (lo scrissi tempo fa) come disse il maestro Giordano ringrazio il Padre Eterno che mi dato un organismo tale da poter sentire fortemente emozioni che debbono essere assolutamente ignote alla maggior parte delle creature umane.
Ecco, io non mi sento di far parte della maggior parte delle creature umane. E non mi dispiace.
Ecco, io non mi sento di far parte della maggior parte delle creature umane. E non mi dispiace.
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