Così dice Farinata, nel decimo canto dell'Inferno, riconoscendo in Dante un suo conterraneo.
Anche noi sentendo qualcuno parlare italiano, o in italiano con una certa cadenza, capiamo che si tratta di un nostro connazionale, o proprio di un conterraneo.
E se questo accade in una situazione particolare, questo ci fa un piacere immenso.
Personalmente le pochissime volte che mi capita di sentir parlare il dialetto dei miei genitori, l'irpino, vado in brodo di giuggiole.
Capirete allora quanto sono piacevolmente sorpreso quando constato che nella parlata usata dagli interpreti della serie televisiva del commissario Montalbano ci sono alcune parole ed espresioni del mio dialetto d'origine, che in certi casi differiscono solo nella sonorità della pronuncia.
Ciò ha senza dubbio costituito un motivo in più perché io apprezzassi la serie.
Non so quanto siano veraci i vocaboli che il Maestro usa, ma mi è piaciuto segnarne alcuni via via che li ho incontrati, quasi per non dimenticarli, e voglio riportarli in questo mio quadernetto.
La prima parola, la meno tipica, poiché penso che sia stata ormai adottata come parola italiana, è il verbo scassare, che i miei usavano spesso per indicare la rottura di oggetti.
Un'altra parola, presente un po' ovunque nel meridione e anche a Roma, è 'nticchia.
Ce n'è una che mi riporta soprattutto a quelle volte che, da bambino esuberante quale ero, rovinavo addosso a mia nonna, sempre intenta al suo lavoro di uncinetto, facendola scantare.
Anche il verbo chiangere non cangia nel mio dialetto.
E mi è anche paruto di sentire che per dire me ne accorsi usano m'addunai.
Al commissario in visita non dicono entrate ma trasite, come direbbero al mio paese.
E se c'è qualcosa nell'indagine che non quadra lo si capisce dal quel che ce trase pronunciato da Augello o da Fazio.
Chi va al lavoro va a travagliare, magari si sose presto la mattina.
Io non saccio se le ho sentite bene queste parole, ma mi piace pensare che sia accussì.
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